La relazione educativa è un potente spazio di trasformazione
- Giorgia Mattei
- 11 lug
- Tempo di lettura: 2 min
Mi sono interrogata tanto sul cosa significhi per me educare. Al di là di ogni definizione che mi è stata dettata, nel corso di anni e anni di formazione a livello psicopedagogico.
Ed ecco, che la risposta è arrivata: educare per me è rappresentare uno spazio sicuro, nei momenti in cui il bambino sta sperimentando fiducia, nei momenti in cui sta sperimentando frustrazione, rabbia o un dolore profondo. Significa connettermi a questo bambino, alle sue difficoltà e alle sue fatiche: rimanere integra e dire
Essere un porto sicuro significa poter dire: “Ci sono. Ti ascolto. Ti vedo.”
Significa accogliere la tempesta emotiva del bambino senza diventare noi stessi la tempesta. Significa rimanere presenti, contenere senza trattenere, accompagnare senza sostituirsi.
“Quello che stai vivendo è difficile, ma non sei solo. Possiamo attraversarlo insieme.”

Se io vado in allerta davanti a un bambino che urla e inizio anche io a urlare, quale messaggio sto trasmettendo?
Ecco però, che rappresentare un porto sicuro è tutt’altro che facile.
Richiede cura personale, richiede lavoro costante su di sé. Richiede di indagare, spesso con l’aiuto di una guida, le proprie zone d’ombra (detta alla Junghiana). Quindi quelle parti di noi dove hanno sede paure, traumi, parti di noi che consideriamo inaccettabili.. ma anche talenti, potenzialità, creatività inespressa (ombra luminosa).
Per questo, educare è un lavoro doppiamente faticoso: perché per connetterci con i bambini dobbiamo prima di tutto essere connessi a noi stessi.
La relazione educativa trasforma tutti coloro che ne fanno parte
Lavorare con i bambini è anche questo. Ed è uno degli aspetti che più amo di questa professione.
I bambini hanno la straordinaria capacità di risvegliare parti di noi che credevamo dimenticate. A volte sono ferite antiche, altre volte risorse che avevamo messo da parte crescendo.
Pensiamo al gioco.
Quanti adulti hanno smesso di giocare davvero?
Sono stati proprio i bambini a farmelo notare.
Quando inventano mondi immaginari, cantano canzoni in lingue inesistenti, esplorano ciò che li circonda con tutti i sensi o mi dicono: "Facciamo finta che io... e tu...", inevitabilmente mi pongo una domanda:
Quando ho smesso di giocare?
Può sembrare una domanda semplice, ma raramente lo è.
Perché il gioco non è solo divertimento. È creatività, spontaneità, libertà di sperimentare, possibilità di sbagliare senza giudicarsi. È uno dei linguaggi più autentici dell'essere umano.
E allora la domanda cambia.
Cosa è successo perché quella parte di me si mettesse in silenzio?
Trovare risposte a domande come questa richiede coraggio. Ma richiede anche molta gentilezza verso se stessi.
Perché lavorare con i bambini, in fondo, significa lasciare che la relazione non trasformi solo loro.
Trasformi anche noi.
E tu? C'è stato un bambino che, senza saperlo, ti ha insegnato qualcosa su di te? Raccontami, ti ascolto!




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