Non è solo una questione estetica: perché gli spazi influenzano il nostro modo di stare
- Giorgia Mattei
- 19 ago
- Tempo di lettura: 4 min
Come la bellezza influisce sul nostro sentire
Da quando abito in montagna, mi sveglio ogni mattina riempiendo gli occhi e il cuore di bellezza.
Apro gli occhi e vedo l'acqua del lago, i boschi e il cielo che lentamente si illumina.
Ogni mattina mi rendo conto del privilegio che ho.

Qualche giorno fa, osservando un tramonto particolarmente idilliaco, ho iniziato a riflettere proprio su questo:
che effetto ha la bellezza sul nostro benessere?
Ogni volta che guardo fuori dal mio balcone nasce in me una sensazione di profonda gioia, accompagnata da gratitudine e da una sensazione di pace.
Mi sono chiesta:
che cosa succede dentro di noi quando incontriamo qualcosa che percepiamo come bello?
Vedere un bel panorama non è soltanto un'esperienza estetica.
È un'esperienza che coinvolge la persona nella sua interezza.
Il nostro corpo percepisce continuamente ciò che lo circonda. La luce, i colori, i suoni, gli odori, le forme, la presenza della natura, la temperatura, gli spazi aperti o chiusi: tutto questo contribuisce a costruire la nostra esperienza di un luogo.
Non siamo semplicemente dentro agli ambienti che abitiamo.
Li sentiamo.
E proprio per questo gli spazi possono contribuire al nostro benessere oppure, al contrario, diventare fonte di affaticamento e disagio.
La bellezza non è soltanto qualcosa che guardiamo
Quando parlo di bellezza non penso necessariamente a qualcosa di costoso, raffinato o perfetto.
Penso a un ambiente curato, armonioso, luminoso, vivo, nel quale percepiamo che qualcuno ha pensato alle persone che lo abiteranno (esiste forse, qualcosa di più bello?).
Pensiamo, per esempio, alla differenza tra entrare in una stanza luminosa, con una finestra dalla quale possiamo vedere il verde, alcune piante, materiali piacevoli, colori armoniosi e uno spazio nel quale muoverci liberamente, oppure... entrare in un ambiente chiuso, impersonale, illuminato esclusivamente da luce artificiale, rumoroso e privo di qualsiasi elemento naturale.
Probabilmente non avremo bisogno di fare un'analisi consapevole dell'ambiente per accorgerci che il nostro modo di stare è cambiato.
Il corpo se ne accorge prima ancora che noi riusciamo a spiegarlo.
Ed è proprio qui che la questione della bellezza diventa, a mio avviso, anche una questione pedagogica.
E se questo valesse anche per le scuole?
Se consideriamo l'idea che gli ambienti influenzino il nostro modo di stare, allora dobbiamo necessariamente porci una domanda:
che tipo di esperienza stiamo offrendo ai bambini e ai ragazzi negli spazi nei quali trascorrono gran parte delle loro giornate?
Una scuola non è soltanto ciò che accade durante una lezione.
Non è soltanto l'insegnante, il metodo didattico, il libro di testo o il programma scolastico.
È anche l'edificio nel quale tutto questo accade, la luce che entra dalle finestre, la possibilità di vedere il cielo o un albero, I colori delle pareti, la qualità dell'aria, gli arredi, la presenza di piante, materiali naturali e oggetti che raccontano qualcosa delle persone che vivono quello spazio.
Tutto questo comunica qualcosa.
E, in qualche modo, educa.
Ma proviamo a pensare anche a noi
Avete mai fatto caso a come vi sentite entrando in un ospedale?
In un centro commerciale?
In un ufficio senza finestre?
In una stanza illuminata esclusivamente da luce artificiale?
Oppure, purtroppo, in alcune scuole?
Personalmente, quando entro in alcuni ambienti, sento immediatamente un cambiamento anche sul piano fisico.
Mi capita di percepire una carenza di energia, un certo affaticamento visivo, una sensazione di stordimento.
Al contrario, ci sono luoghi nei quali mi viene spontaneo respirare più profondamente, rallentare, guardarmi intorno, e sentirmi in pace.
La scuola come luogo di benessere
Per questo credo che parlare della qualità degli ambienti scolastici significhi parlare anche di benessere.
Una scuola bella non è necessariamente una scuola perfetta.
Non deve essere una scuola costosa, patinata o progettata per essere fotografata.
È una scuola nella quale lo spazio si prende cura di chi lo abita.
Una scuola che considera il bambino non soltanto come qualcuno che deve imparare, ma come una persona che, prima ancora di imparare, deve poter stare bene.
E questo vale anche per gli adulti.
Perché gli insegnanti trascorrono negli ambienti scolastici gran parte della loro giornata. E lo stesso vale per educatori, pedagogisti, psicologi, operatori e per chiunque lavori in un servizio educativo.
Perché dovremmo preoccuparci della qualità degli ambienti dei bambini e dimenticarci di quella degli adulti che se ne prendono cura?
La bellezza, allora, è una questione pedagogica
Forse è proprio questo il punto da cui sono partita guardando il lago quella sera.
La bellezza non è soltanto qualcosa che vediamo. È qualcosa che ci accade.
Entra nella nostra esperienza attraverso i sensi, viene percepita dal corpo e può contribuire al modo in cui ci sentiamo, ci muoviamo, ci concentriamo e stiamo in relazione con ciò che ci circonda.
Per questo credo che progettare una scuola, un nido, un servizio educativo o un luogo di lavoro non significhi semplicemente progettare uno spazio funzionale.
Significa chiedersi:
Come voglio che si senta la persona che entrerà qui?
Voglio che si senta accolta? Al sicuro?
Stimolata? Libera di esplorare? Riconosciuta?
O voglio semplicemente che lo spazio svolga la sua funzione?
Dovremmo iniziare a considerare gli ambienti non come sfondi delle nostre esperienze, ma come parte delle esperienze stesse.
Perché gli spazi non si limitano a contenerci, partecipano al nostro modo di stare.
E forse, proprio per questo, prenderci cura della bellezza dei luoghi nei quali viviamo, impariamo e lavoriamo significa anche prenderci cura, in qualche misura, di noi stessi e delle persone che quei luoghi li abitano.
Io, per esempio, quando entro a scuola la prima cosa che faccio è aprire le finestre e spegnere le luci. Di tanto in tanto porto una pianta, qualche fiore, qualcosa di verde da mettere sulla cattedra.
A colorare i muri, invece, ci pensano i bambini.
Non servono grandi rivoluzioni. Non servono necessariamente grandi investimenti.
A volte basta aprire una finestra, lasciare entrare la luce, portare un fiore... e lasciare che un bambino possa riconoscersi in una parete.
Basta così poco.
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