Lasciate che i bambini siano bambini
- Giorgia Mattei
- 4 giorni fa
- Tempo di lettura: 3 min
Stiamo togliendo ai bambini il diritto di essere se stessi.
In che modo, direte voi?

Lo facciamo quando giocano senza freni, corrono da una parte all'altra, urlano pieni di entusiasmo e noi diciamo loro di stare calmi.
Quando cantano a squarciagola, semplicemente perché sono vivi, e noi diciamo loro di stare zitti.
Quando ci fanno domande profonde sulla vita e noi fuggiamo perché non abbiamo le risposte, facendogli credere che quelle domande non siano importanti, o addirittura che non siano lecite.
Quando provano una rabbia intensa e incontrollabile e noi chiediamo loro di calmarsi, di non agitarsi, di “stare buoni”, invece di aiutarli a comprendere ciò che stanno vivendo.
Quando ci raccontano la loro verità e noi dubitiamo delle loro parole, facendoli sentire confusi rispetto a ciò che hanno vissuto o provato.
Quando li obblighiamo a chiedere scusa, a dare un bacio o ad abbracciare qualcuno, anche quando non se la sentono, insegnando loro che ciò che sentono dentro di sé conta meno di ciò che l'adulto si aspetta da loro.
Perché facciamo tutto questo?
Per tanti motivi.
Perché spesso non conosciamo davvero il funzionamento cognitivo ed emotivo dell'infanzia e pretendiamo che, a cinque anni, un bambino sappia gestire perfettamente ogni emozione... e quando non ci riesce, ci sentiamo frustrati, impotenti, a volte persino in colpa.
Perché, spesso, i bambini sono lo specchio delle nostre ferite d'infanzia e invece di guardarli e riconoscere in loro qualcosa che può aiutarci a guarire, li viviamo come antagonisti, come qualcuno da controllare, correggere o “aggiustare”.
Ma c'è anche un altro motivo.
Perché non sappiamo stare davanti a un bambino che è pienamente se stesso. I bambini ci mostrano, nel modo più autentico, potente e disarmante, qualcosa che noi adulti, troppo spesso, abbiamo dimenticato: la gioia semplice e profonda di essere vivi
Nei primi anni di vita, un bambino è attraversato da una vitalità incredibile.
È vivo.
Esiste.
Scopre.
Sente.
Si meraviglia.
Un bambino incarna questa vitalità in modo totale e, a volte, persino ingombrante: attraverso il corpo, la voce, il movimento, il canto, il gioco, la creatività, le domande, le risate, le urla.
E tutto questo può toccarci profondamente.
Può persino urtarci, perché quella vitalità che vediamo in loro, un tempo, l'abbiamo avuta anche noi.
E, crescendo, l'abbiamo dovuta mettere a tacere.
Abbiamo imparato a stare composti.
A non disturbare.
A non fare troppo rumore.
A controllare la rabbia.
A non fare troppe domande.
A non essere “esagerati”.
A essere ciò che gli altri si aspettavano da noi.
A essere sempre educati.
A fare i bravi.
A non fare i capricci.
A dire sempre "si" anche quando dentro è "no".
E così, poco alla volta, abbiamo spento una parte della nostra vitalità.
Poi arrivano loro.
I bambini.
E quella vitalità ce la rimettono davanti agli occhi.
Con tutta la loro forza.
Con tutta la loro autenticità.
Con tutta la loro meravigliosa, scomoda, incontenibile energia.
Ed è proprio qui che, come adulti e come professionisti dell'educazione, abbiamo una grande responsabilità: non quella di spegnere questa energia; non quella di rendere i bambini più comodi, più silenziosi, più controllabili.
Ma quella di accompagnarli senza togliere loro il diritto di essere se stessi.
Questo non significa lasciare che facciano qualsiasi cosa., significa insegnare loro a stare nel mondo senza chiedere loro di smettere di essere ciò che sono.
Significa mettere dei confini senza umiliare.
Ascoltare senza necessariamente essere d'accordo.
Guidare senza controllare.
Rispettare il loro corpo, i loro tempi e i loro “no”.
E, soprattutto, significa ricordarci che un bambino non è un essere da aggiustare.
È una persona in divenire, che ha bisogno di adulti capaci di accompagnarlo mentre impara a conoscersi, a regolarsi, a stare con gli altri e, soprattutto, a non perdere il contatto con se stesso.
Allora, se davanti alla gioia incontenibile di un bambino qualcosa dentro di noi si muove, ci tocca, ci irrita o ci fa arrabbiare, forse possiamo fermarci un momento e porci una domanda.
“Che cosa sta risvegliando in me?”
Educare un bambino a essere se stesso richiede, prima di tutto, il coraggio di tornare a guardare il bambino che siamo stati e magari... darle/dargli, finalmente, il permesso di tornare a vivere.



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