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Chi decide cosa è normale? L'educazione come atto politico

Immagine del redattore: Giorgia Mattei
Giorgia Mattei
6 set
Tempo di lettura: 3 min


Poco tempo fa parlavo con alcune persone di quanto educare sia un atto politico.

Il tema da cui eravamo partiti era l'alimentazione, ma più ci pensavo, più mi sembrava evidente che la questione potesse essere estesa a moltissimi altri ambiti della nostra vita.

Educare non significa semplicemente dire a un bambino: “questo è giusto, questo invece è sbagliato”…significa, prima di tutto, metterlo nelle condizioni di conoscere. Dargli strumenti, informazioni, possibilità di fare domande; permettergli di vedere ciò che spesso rimane nascosto dietro alle nostre abitudini, alle nostre scelte, alle cose che facciamo ogni giorno senza più chiederci perché.

Quello che ci viene presentato come normale non è necessariamente naturale, inevitabile o giusto.

 

Cosa c'è nel nostro piatto?

Prendiamo l'alimentazione: avete mai provato a ricordare cosa vi veniva raccontato, da bambini, mentre eravate seduti a tavola?

Vi raccontavano da dove arrivava quello che avevate nel piatto? Come era stato prodotto? Da dove proveniva? Chi lo aveva prodotto? In quali condizioni? Quale impatto aveva avuto sull'ambiente?

Io, sinceramente, non credo di aver ricevuto molte di queste informazioni e non è necessariamente una colpa di chi ci ha cresciuti.


È che alcune domande sono scomode.


Raccontare davvero cosa c'è dietro una cotoletta significa, per esempio, parlare di allevamento, di consumo di suolo e di acqua, di emissioni, di condizioni di vita e di morte degli animali. Significa parlare del rapporto che abbiamo costruito con le altre specie e del modo in cui abbiamo organizzato la produzione del cibo.

Questo non significa necessariamente dire a un bambino: “mangiare carne è sbagliato”.

Significa raccontargli che cosa comporta mangiare carne, permettergli di conoscere anche ciò che normalmente rimane fuori dal racconto.

E poi lasciarlo pensare, lasciarlo fare domande… lasciarlo nel tempo e con gli strumenti adeguati alla sua età, costruire il proprio pensiero.


Educare alla consapevolezza è molto diverso dall'educare all'obbedienza: la prima strada può portare a una persona capace di interrogarsi sulle proprie scelte, la seconda a una persona che impara a ripetere ciò che ha ricevuto.


Non dovremmo educare i bambini affinché imparino ciò che noi consideriamo giusto,

ma affinché abbiano gli strumenti per chiedersi che cosa sia giusto per loro e per il mondo in cui vivono.


Ci sono cose che facciamo perché le abbiamo scelte consapevolmente e altre che facciamo semplicemente perché si è sempre fatto così: mangiamo determinati alimenti, compriamo determinati prodotti, ci rapportiamo agli animali in determinati modi, consumiamo risorse...

L'educazione può limitarsi a trasmettere queste abitudini, oppure può fare qualcosa di molto più interessante: mostrarle.


Dire: “Questo è il mondo in cui viviamo. Ora guardiamolo insieme.”

Questa è una delle responsabilità più grandi di chi educa, ovvero non nascondere ciò che è difficile da raccontare perché siamo noi adulti, per primi, a non essere disposti a mettere in discussione le nostre scelte. Trovare invece il modo e le parole per permettere ai bambini di incontrare la complessità del mondo, anche quando questo significa guardare con occhi diversi ciò che abbiamo sempre dato per scontato.


Educare è scegliere cosa rendere visibile


Ogni volta che scegliamo cosa raccontare e cosa non raccontare, stiamo già facendo una scelta.

Quando insegniamo che il cibo arriva dal supermercato e non raccontiamo cosa c'è prima del supermercato, stiamo scegliendo quale parte della realtà rendere visibile.

Quando parliamo degli animali soltanto come compagni di vita e non raccontiamo che altri animali vengono allevati e uccisi per diventare cibo, stiamo costruendo una determinata rappresentazione del mondo.

Quando insegniamo un comportamento senza spiegare le conseguenze che quel comportamento può avere sugli altri, sugli animali o sull'ambiente, stiamo comunque educando.


Anche il silenzio educa.


Ed è per questo che educare è un atto politico: non perché significhi indottrinare, perché educare politicamente significa dare alle persone gli strumenti per non accettare passivamente ciò che viene presentato loro come inevitabile.

Significa mostrare ciò che c'è dietro alle nostre scelte e lasciare spazio alla possibilità di scegliere diversamente.

Il rapporto che abbiamo con gli animali, in fondo, racconta qualcosa del rapporto che abbiamo con il pianeta e il modo in cui scegliamo di raccontarlo ai bambini racconta qualcosa di noi.


Solo quando conosciamo ciò che c'è dietro le nostre abitudini possiamo davvero decidere se vogliamo continuare a viverle.

Questa è la forma più autentica di libertà che possiamo provare a insegnare.

 

Provate, una volta, a raccontare a un bambino che cosa c'era prima di quella carne nel suo piatto.

Forse scoprirete che chiamarla semplicemente “cibo” è già una scelta.



 
 
 

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